Ci metto le radici
Mi arrampico sugli alberi a piedi nudi da sempre. Una volta, su un ciliegio enorme, mio padre mi ha tolto tutti gli appoggi e mi ha detto di saltare. Ci ho messo parecchio a capire che quella storia, raccontata mille volte la sera, parlava di radici e non di rami.

Mi arrampico sugli alberi a piedi nudi da sempre. Una volta, su un ciliegio enorme, mio padre mi ha tolto tutti gli appoggi e mi ha detto di saltare. Ci ho messo parecchio a capire che quella storia, raccontata mille volte la sera, parlava di radici e non di rami.
Un albero non sta in piedi grazie ai rami. Lo so da sempre, e me ne sono accorto solo adesso.
A piedi nudi
Mi arrampico sugli alberi scalzo. Le scarpe scivolano, il piede no: si piega, si adatta, trova la scanalatura nella corteccia e ci si incastra. Si sente tutto. Il ruvido, il liscio, il punto dove il legno è ancora tiepido di sole e quello dove è rimasto umido. Ho più presa, è vero, ma non è solo per quello. È che a piedi nudi l’albero lo tocchi davvero.
Mi piacciono gli alberi, e più sono grandi più mi affascinano. Quando ne vedo uno enorme mi viene sempre la stessa domanda, ed è una domanda da bambino: quante cose avrà visto? Quante ne avrà sentite? Quanti inverni, quanti temporali, quante persone sedute all’ombra a dirsi cose che nessun altro ha ascoltato. Quanti rami avrà perso, quante foglie, quante volte l’avranno potato male.
Eppure è ancora lì. Maestoso, fermo, e nutrito da cose che non si vedono: l’acqua che sta sotto, l’aria, la luce.
Da ragazzino ne avevo uno tutto mio, anzi nostro, dove io e Gioia ci rifugiavamo per pomeriggi interi. Ne ho scritto in Trenta punti al ginocchio. Ma la storia di alberi che mi chiedono di raccontare più spesso è un’altra.
Il ciliegio
Da ragazzo, un giorno, ero con mio padre nel bosco vicino casa. C’era un ciliegio enorme, lasciato andare da anni, con i rami che crescevano dove volevano. Andava potato.
La divisione dei compiti era naturale: io salivo a sistemare i rami più alti, lui lavorava da sotto. Mi arrampico, trovo i miei appoggi, salgo ramo dopo ramo e comincio a tagliare. Lavoro un bel po’, concentrato, senza guardare giù.
Quando finisco e faccio per scendere, mi accorgo di una cosa. Gli appoggi con cui ero salito non c’erano più. Mio padre, potando dal basso, me li aveva tolti tutti, uno dopo l’altro. Sotto di me c’era solo tronco liscio e più di due metri di vuoto.
Bisogna sapere una cosa di mio padre: è peggio di me. Spericolato, senza vertigini, e convinto che la maggior parte dei problemi si risolva non pensandoci troppo. Guarda in su e mi fa:
“Dai, salta. Che vuoi che succeda.”
Io chiedo una scala. Ero in alto, e saltare da lì non mi sembrava un’idea brillante. Lui insiste: salta. Io insisto: scala. Arriva mia madre, guarda in su, si spaventa, e si schiera con me: la scala. Mio padre non si sposta di un millimetro: salta.
Andiamo avanti così per un po’, io appollaiato in cima al ciliegio e loro due sotto a discutere su come farmi scendere. A un certo punto mi sono stufato.
“Vabbè, qua salto. Altrimenti ci metto le radici.”
E ho saltato. Incosciente come sono, ho saltato.
La caviglia si è fatta parecchio male. Ma sono rimasto in piedi, come sempre. E siamo finiti tutti e tre a ridere, con la caviglia che pulsava e mia madre che ancora non sapeva se arrabbiarsi o ridere anche lei. (Ha scelto di ridere. Con mio padre, a lungo andare, conviene.)
La storia della buonanotte
Ai miei figli, la sera, raccontavo storie. Alcune vere, altre inventate di sana pianta, e qualcuna a metà, che è la categoria più divertente. Mio figlio Fabio aveva le sue preferite, e quella del ciliegio era in cima alla lista. La voleva sentire e risentire, più e più volte, sempre uguale, con tutta la mimica: io che mi arrampico, io che mi giro e non trovo più i rami, mio padre che dice salta, mia madre con le mani nei capelli, il salto. Lì bisognava fare il rumore. E poi la caviglia, e poi le risate.
Anni dopo, la stessa cosa con mia figlia. Le storie cambiano, il rito no.
Non mi sono mai chiesto perché proprio quella. Era buffa, c’era un nonno spericolato e un papà che sbagliava, e ai bambini piacciono i grandi che sbagliano. Mi bastava così.
Solo adesso mi accorgo che quella storia, raccontata così tante volte, non parlava del salto.
Quando cadono i rami
Ci sono periodi in cui ti sembra di perdere tutti i rami. Gli appoggi che avevi, quelli con cui eri salito fin lì, li trovi tagliati uno dopo l’altro, e non sempre capisci come sia successo. Guardi giù e c’è solo tronco liscio. Capita a tutti, prima o poi.
C’è una cosa che ho scoperto leggendo.
Gli alberi i rami li perdono di continuo, e non sempre perché qualcuno glieli taglia. Alcuni se ne liberano da soli. Il fenomeno ha un nome, cladoptosi, ed è l’equivalente per i rami di quello che succede alle foglie in autunno: alla base del ramo si forma una zona di distacco, e il ramo cade pulito, senza strappi. Succede nei cipressi, nelle tuie, in diverse altre specie. Succede anche nel cerro, la quercia che da noi in Appennino si trova ovunque: un gruppo di ricercatori dell’Università di Siena ha osservato che questa zona di distacco nei rametti c’è sempre, negli alberi sani e in quelli sofferenti, ma negli alberi sotto stress è più marcata. È uno studio piccolo, su una specie sola e su rametti, non su rami grossi, quindi non ci costruirei sopra una filosofia. Mi basta sapere che, per un albero, perdere rami non è un’eccezione: fa parte della sua vita.
L’altra cosa riguarda la parte che non si vede. Le radici di un albero non stanno raccolte sotto il tronco, come le disegnavamo alle elementari. Si allargano, spesso ben oltre la chioma: la University of Florida indica che possono arrivare a due o tre volte la distanza a cui arrivano i rami. Tutto quello che vediamo, la chioma, i rami, le foglie, sta sopra una rete più ampia di quanto immaginiamo, che lavora al buio e non si fa notare finché funziona.
Ecco: non sono mai stato in piedi grazie ai rami.
I rami servono per salire, per arrivare in alto, per fare frutto. Ma non è lì che un albero sta in piedi. Puoi toglierglieli, può perderli da solo, e lui resta lì. Sta in piedi per quello che ha sotto, e per l’acqua a cui le radici arrivano.
Che poi è esattamente quello che dicevo dal ciliegio, ridendo, senza saperlo. Ci metto le radici. Lo dicevo come una minaccia.
Presso corsi d’acqua
C’è un passo della Bibbia che mi tiene su più di qualunque altra cosa. È all’inizio del libro dei Salmi, proprio il primo, e parla di un uomo felice. Felice non perché gli vada tutto bene, ma per dove sceglie di stare e di cosa si nutre:
Felice è l’uomo che non cammina seguendo il consiglio dei malvagi, che non se ne sta sul sentiero dei peccatori, che non si siede con gli schernitori, ma si diletta nella legge di Geova, e legge sottovoce la Sua legge giorno e notte. Sarà come un albero piantato presso corsi d’acqua, un albero che dà frutto nella sua stagione e il cui fogliame non appassisce. Ogni cosa che farà riuscirà.
Ci sono due cose che mi colpiscono, ogni volta.
La prima è quel piantato. L’albero non va a cercarsi l’acqua giorno per giorno, quando ha sete. Sta già dove l’acqua c’è. Qualcuno l’ha messo lì, e lui ha allungato le radici fin dove arrivava il fiume. Quando arriva la stagione secca, non deve inventarsi niente: l’acqua è sempre stata lì sotto.
La seconda è giorno e notte. Una nota al versetto dice che “legge sottovoce” si può rendere anche con “medita”. Non è una cosa che si fa in emergenza, quando le foglie hanno già cominciato a seccare. È una cosa che si fa sempre, anche quando va tutto bene, anche quando nessuno vede. Proprio come le radici, che non lavorano solo d’estate.
E il salmo, a ben guardare, non promette un albero che non perde mai un ramo. Promette un albero che non secca. Sono due promesse molto diverse, e la seconda è quella che conta.
Ci metto le radici
Ripenso spesso a quel ciliegio. A mio padre che dal basso tagliava gli appoggi senza accorgersene, a me lassù che chiedevo una scala, a mia madre spaventata. Alla caviglia, e al fatto che alla fine ridevamo.
Quella volta ho saltato per non mettere radici. Lassù, con i miei genitori che discutevano sotto, era la battuta giusta.
Adesso la direi diversamente. I rami possono anche cadere. Non ho una scala, e saltare non è più un’opzione divertente. Però ho capito dove stare: vicino all’acqua, giorno e notte. Il resto lo fanno le radici.
Ci metto le radici. Stavolta sul serio.
Fonti
- Bellani, L.M., Bottacci, A. (1995). Branchlets abscission in Quercus cerris L. related to oak decline: anatomical studies. Trees, 10(1), 20-23. DOI: 10.1007/BF00197775.
- University of Florida, IFAS, Environmental Horticulture. Lateral root growth.
- Wikipedia, voce Cladoptosis.