Crescere con un oracolo in tasca

Mircha Emanuel D'Angelo 13 min di lettura 14 February 2026

I bambini di oggi non hanno mai conosciuto un mondo senza risposte istantanee. Cosa succede alla curiosità quando non devi più cercare? Una riflessione su pazienza, meraviglia e il lusso di non sapere.

Crescere con un oracolo in tasca

Cosa perdiamo quando la fatica di capire diventa opzionale?


La Feltrinelli di Corso Umberto

Da bambino ero estremamente curioso. Di quella curiosità fastidiosa, che fa mille domande, che smonta tutto, che non si accontenta mai della prima risposta. Accompagnavo spesso mia madre a Pescara Centro. I primi anni andavamo con l’autobus da Spoltore, con la linea ARPA. Ancora oggi, quando posso, mi piace prendere un autobus, soprattutto di sera. I rumori, i suoni, gli odori mi riportano a quegli anni. Le vibrazioni sotto i piedi, le porte che si aprono con quel soffio pneumatico, la luce giallastra che taglia il buio fuori dal finestrino. Forse sono un po’ troppo nostalgico.

Quando eravamo a Pescara, odiavo girare per le vetrine. La moda, le scarpe, i negozi di casalinghi: per un bambino come me era una tortura. Allora mi facevo lasciare alla Feltrinelli, una libreria che era a Corso Umberto, molto fornita. E lì, nel reparto libri scientifici, mi sedevo per terra e sfogliavo. Leggevo avidamente, senza un piano, senza un obiettivo. Prendevo un libro di astronomia, e cominciavo a leggerlo, restavo incantato da una foto di Giove. Poi lo posavo e ne prendevo uno di elettronica. Poi uno di biologia. Ogni libro apriva una porta che ne conteneva altre dieci. Non capivo tutto, anzi, capivo poco. Ma quel poco mi bastava per volerne di più.

E tra i regali più belli che potevo ricevere, c’erano i libri. Non amavo la narrativa, ma adoravo qualsiasi libro che parlasse di scienza in generale, chimica, astronomia, … Li conservo ancora gelosamente quei libri.

Altre volte invece mi facevo lasciare alla Costantini. Fu lì che comprai il mio primo libro sul “Linguaggio C ANSI” di Kernighan e Ritchie. Fu amore a prima vista: trentadue parole chiave, fine. Nient’altro. Un linguaggio che stava in una tasca, vicinissimo ai linguaggi a basso livello che avevo imparato a padroneggiare. Ma quello che ricordo di più non è il libro in sé. È il viaggio di ritorno sull’autobus, con quel volume sulle ginocchia, sfogliandolo sotto la luce tremolante, cercando di capire cosa fosse un puntatore a funzione. Non lo capii quel giorno. Né il giorno dopo. Lo capii settimane dopo, a casa, davanti allo schermo, provando e sbagliando e riprovando. E quando finalmente lo capii, quella comprensione era mia. Me l’ero guadagnata.

Ecco: la curiosità, per me, ha sempre avuto una geografia e un tempo. Aveva il sedile di un autobus, il pavimento della Feltrinelli, le settimane di tentativi falliti. Aveva la pazienza.

L’oracolo che non ti fa aspettare

Un bambino di dieci anni, oggi, non deve prendere nessun autobus. Non deve sedersi sul pavimento di nessuna libreria. Non deve aspettare settimane per capire cosa sia un puntatore a funzione. Apre un’app, scrive la domanda, e in due secondi ha una risposta. Non una risposta qualsiasi: una risposta articolata, chiara, personalizzata, che si adatta al suo livello, che fa esempi, che anticipa la domanda successiva.

L’oracolo è in tasca. Sempre disponibile, sempre paziente, sempre pronto. Non ha orari, non ha giorni di chiusura, non si stanca. Non ti guarda storto se fai una domanda stupida. Non ti dice “cerca da solo”. Ti risponde, subito, e se non capisci, riformula, semplifica, riprova.

Dal punto di vista dell’accesso all’informazione, è un miracolo. Un bambino in un paese di montagna ha lo stesso accesso alla conoscenza di uno che vive accanto alla Biblioteca del Congresso. Le barriere economiche, geografiche, linguistiche si assottigliano come non mai. Tutto questo è reale, e sarebbe disonesto non riconoscerlo.

Ma quel bambino non avrà mai bisogno di prendere un autobus per trovare una risposta. Non avrà la frustrazione di non capire, il tempo vuoto in cui l’idea matura, la scoperta accidentale del libro accanto a quello che cercavi. Non saprà cosa significa volere una risposta e dover aspettare.

E la domanda che mi faccio, sempre più spesso, è: importa?

Lo spazio tra la domanda e la risposta

Lasciatemi provare a spiegare perché credo che importi.

Quando ero seduto sul pavimento della Feltrinelli a sfogliare un libro di astronomia che capivo a metà, non stavo acquisendo informazioni. Stavo facendo qualcosa di molto più importante: stavo imparando a stare con le cose che non capivo. Stavo sviluppando una tolleranza per la confusione, per l’incompletezza, per quella sensazione scomoda di avere in testa pezzi che non si incastrano ancora.

John Keats, in una lettera ai fratelli nel 1817, dette un nome a questa capacità: la chiamò negative capability, la condizione in cui una persona “è capace di stare nelle incertezze, nei misteri, nei dubbi, senza quell’irritabile bisogno di afferrare fatti e ragioni.” Parlava di Shakespeare, di ciò che rendeva il suo genio diverso da quello di un filosofo. Ma stava descrivendo qualcosa di universale: la comprensione profonda richiede di accettare prima di non capire. Non puoi arrivare da nessuna parte se non sai sostare nel punto di partenza.

C’è una differenza enorme tra avere una risposta e comprendere qualcosa. La risposta è un dato. La comprensione è un processo. La risposta arriva in un istante. La comprensione richiede tempo, errori, tentativi, vicoli ciechi, ritorni, e quel momento magico in cui i pezzi finalmente si incastrano e pensi “ah, ecco cosa significa”. Quel momento non può essere accelerato. Non può essere consegnato. Può solo essere vissuto.

Il K&R che comprai alla Costantini conteneva tutte le risposte sul linguaggio C. Erano lì, stampate su carta, accessibili. Ma la comprensione non era nel libro. Era nel viaggio tra il libro e me. Era nelle settimane di tentativi. Era negli errori del compilatore che non capivo e che mi costringevano a rileggere, ripensare, ristrutturare il mio modello mentale. Se qualcuno mi avesse dato la risposta giusta al primo tentativo, avrei avuto l’informazione. Ma mi sarei perso la comprensione. E la comprensione, a differenza dell’informazione, diventa parte di te.

La serendipità ha bisogno di attrito

C’è un altro aspetto che rischia di perdersi, e che è forse ancora più sottile: la scoperta accidentale.

Alla Feltrinelli, io andavo per i libri di informatica. Ma il reparto scientifico era un’unica sezione, e per arrivare ai computer dovevo passare davanti alla biologia, alla fisica, all’astronomia. E ogni volta, qualcosa mi catturava. Un titolo. Una copertina. Un’illustrazione intravista sfogliando. Quella passeggiata non pianificata tra gli scaffali mi ha dato più di quanto avrei potuto chiedere, perché mi ha dato cose che non sapevo di volere.

La serendipità, la scoperta fortunata di qualcosa che non stavi cercando, è per definizione impossibile da programmare. Non puoi chiedere all’oracolo qualcosa che non sai di voler sapere. Non puoi formulare una domanda su un argomento di cui ignori l’esistenza. L’oracolo risponde a ciò che chiedi. Ma le scoperte più importanti della mia vita intellettuale sono state risposte a domande che non avevo ancora formulato.

Un algoritmo di raccomandazione potrebbe obiettare: “Ma noi facciamo esattamente questo! Ti suggeriamo cose che non sapevi di volere!” Ed è vero, in parte. Ma c’è una differenza fondamentale. L’algoritmo ti suggerisce cose che persone simili a te hanno voluto. Ti tiene dentro un profilo, un cluster, una bolla. Lo scaffale di una libreria non sa chi sei. Non ha un profilo su di te. Ti mette semplicemente davanti a tutto, e il caso fa il resto.

L’attrito, il fatto di dover fisicamente camminare, sfogliare, cercare, è ciò che crea lo spazio per l’imprevisto. Togliete l’attrito, e togliete l’imprevisto. Rendete tutto frictionless, e rendete tutto prevedibile.

La pazienza come competenza

Mi rendo conto che tutto questo potrebbe suonare come nostalgia. Il vecchio (ndr: non sono così vecchio, eh!) che rimpiange i tempi andati, quando si camminava in salita per andare a scuola e si studiava alla luce delle candele. Non è quello che intendo.

Non sto dicendo che il passato fosse meglio. Sto dicendo che il passato conteneva, quasi per caso, delle condizioni che favorivano lo sviluppo di capacità profonde. E che quelle condizioni stanno scomparendo senza che ce ne accorgiamo e senza che le sostituiamo con qualcosa di equivalente.

La pazienza è una di queste capacità. Non la pazienza come virtù morale astratta, ma la pazienza come competenza cognitiva concreta: la capacità di restare con un problema abbastanza a lungo da capirlo veramente. Di non saltare alla prima soluzione. Di tollerare l’ambiguità. Di lasciare che le idee maturino.

Ogni innovazione degli ultimi trent’anni ha lavorato per ridurre il tempo di attesa. Connessioni più veloci. Ricerche più rapide. Risposte più immediate. E ogni riduzione è stata presentata come un progresso, e in molti sensi lo era. Ma la pazienza si sviluppa solo nell’attesa. Se elimini l’attesa, elimini il terreno in cui la pazienza cresce.

Si sente spesso dire che la soglia di attenzione dei bambini si sia accorciata. Non ne sono convinto: alcune ricerche lo smentiscono, e il dato più citato, quello degli “otto secondi, meno di un pesce rosso”, è una leggenda urbana con fonti inesistenti. Ma anche se fosse vero, non sarebbe una critica ai ragazzi. Sarebbe una constatazione sulle condizioni in cui crescono. Se non hai mai dovuto aspettare una risposta, perché dovresti essere bravo ad aspettare?

Complessità nascosta, comprensione superficiale

Qui si annoda il filo di qualcosa che mi sta a cuore profondamente: il rapporto tra complessità e comprensione.

Il mondo è complesso. Ogni volta che la scienza guarda più in profondità, trova più complessità, non meno. Una cellula che al microscopio ottico sembra un sacco trasparente con un nucleo è in realtà una megalopoli di nanomacchine, con sistemi logistici, checkpoint di qualità, reti di comunicazione. Un programma che “funziona” nasconde sotto la superficie decisioni architetturali, trade-off di sicurezza, edge case, fragilità strutturali. Un conflitto geopolitico che nei titoli sembra semplice (“i buoni contro i cattivi”) è in realtà un groviglio di storia, economia, cultura, psicologia collettiva.

L’oracolo in tasca dà risposte. Risposte fluide, articolate, convincenti. Ma le risposte, per loro natura, semplificano. Devono farlo: una risposta che contenesse tutta la complessità di un argomento non sarebbe una risposta, sarebbe una biblioteca. E una buona semplificazione è un atto di intelligenza: distillare l’essenziale senza tradire la sostanza.

Il problema è che chi riceve la risposta semplificata non sa cosa è stato tolto. Non sa cosa manca. Non ha gli strumenti per valutare se la semplificazione è onesta o se è una mutilazione. E soprattutto, non sente il bisogno di chiederselo, perché la risposta sembra completa. L’AI genera testo con una sicurezza che non lascia spazio al dubbio. Non dice “forse”, non dice “è complicato”, non dice “dipende”. Dice, e basta. Con una fluenza che scambiamo per competenza.

Semplice e semplicistico non sono la stessa cosa. Rendere qualcosa accessibile è un atto di generosità intellettuale. Rendere qualcosa semplicistico è una forma di inganno, a volte involontario, ma sempre pericoloso. E la differenza tra i due è visibile solo a chi ha la profondità per coglierla.

Quella profondità si costruisce come si costruisce un muscolo: con l’esercizio, la fatica, il tempo. Si costruisce leggendo libri che non capisci alla prima lettura. Si costruisce provando cose che non funzionano. Si costruisce aspettando, sbagliando, ricominciando. Si costruisce nello spazio tra la domanda e la risposta, quello spazio che l’oracolo ha abolito.

Il lusso di non sapere

C’è un concetto che nella tradizione filosofica si chiama docta ignorantia, l’ignoranza dotta. Nicola Cusano lo formulò nel Quattrocento: la forma più alta di conoscenza è sapere di non sapere. Non è falsa modestia. È la consapevolezza che ogni risposta apre domande più profonde, che ogni comprensione rivela nuova complessità, che il sapere è un orizzonte che si allontana mentre ci avviciniamo.

Socrate lo diceva in modo più diretto: “So di non sapere.” E faceva di quel non-sapere il motore della ricerca, il carburante della filosofia, la scintilla della curiosità più feconda.

Ora: cosa succede quando cresci in un mondo dove non-sapere non è una condizione da esplorare ma un problema da risolvere in due secondi? Dove ogni lacuna ha un rimedio istantaneo? Dove il “non so” non ha il tempo di diventare “voglio sapere” perché la risposta arriva prima del desiderio?

Il non-sapere è uno spazio creativo. È il luogo dove nascono le domande vere, quelle che non si trovano nelle FAQ, quelle che nessun algoritmo anticipa perché sono tue e solo tue. È lo spazio in cui il bambino alla Feltrinelli sfoglia un libro di astronomia senza sapere cosa sta cercando e trova qualcosa che non sapeva di volere.

Quel lusso, il lusso di non sapere e di poter restare nel non-sapere abbastanza a lungo da trasformarlo in curiosità genuina, sta diventando raro. Non perché qualcuno lo vieti, ma perché l’oracolo lo rende inutile. Perché la risposta istantanea riempie il vuoto prima che il vuoto possa fare il suo lavoro.

Non è una questione di tecnologia

Voglio essere chiaro su un punto, perché non voglio essere frainteso. Non sto facendo un argomento contro la tecnologia. Non sto dicendo che l’AI sia un male, che bisogna togliere gli smartphone ai bambini, che si stava meglio quando si stava peggio. Chi mi conosce sa che uso l’intelligenza artificiale ogni giorno, che la considero uno degli strumenti più potenti che abbia mai avuto, che la vedo come un amplificatore straordinario di capacità.

Il punto è un altro. Il punto è che gli strumenti potenti richiedono utenti formati. E la formazione di un essere umano, la costruzione della capacità di pensare, non è la stessa cosa dell’accesso all’informazione.

Puoi dare a un bambino di dieci anni l’accesso a tutto lo scibile umano, e quello rimane un bambino di dieci anni. Non è la quantità di informazione che lo trasformerà in un adulto capace di pensiero critico. È il processo. Il viaggio. La fatica. Lo smarrimento e il ritrovamento. Le domande senza risposta che lo tengono sveglio la notte. I libri che non capisce ma che continua a sfogliare perché qualcosa lo attira anche se non sa cosa.

L’autobus da Spoltore a Pescara durava circa mezz’ora. Mezz’ora in cui non succedeva nulla di produttivo. Nessuna informazione consumata, nessuna risposta ottenuta, nessun contenuto scrollato. Solo un bambino che guardava fuori dal finestrino e pensava. Forse a quello che avrebbe trovato alla Feltrinelli. Forse a quello che aveva letto la volta prima. Forse a niente di particolare.

Quel “niente di particolare” era prezioso. Era il tempo in cui le idee si depositavano, le connessioni si formavano, la curiosità si accumulava come pressione in un contenitore che prima o poi avrebbe trovato uno sfogo. Era tempo non-produttivo che produceva qualcosa di insostituibile: la capacità di pensare senza stimoli esterni.

La domanda a cui non so rispondere

Non ho risposte definitive. Non ho un programma in dieci punti per salvare la curiosità dei bambini nell’era dell’AI. Diffido di chi ce l’ha.

Quello che ho è una domanda, e credo che sia la domanda giusta: quali spazi di non-sapere stiamo preservando?

Non intendo spazi fisici, anche se le librerie farebbero bene a non chiudere. Intendo spazi cognitivi. Momenti in cui è permesso non sapere, non capire, non avere la risposta. Momenti in cui la domanda può restare sospesa abbastanza a lungo da diventare qualcosa di più grande di sé stessa.

Ogni generazione ha avuto le sue scorciatoie e i suoi pavidi che denunciavano la fine della civiltà. Socrate temeva che la scrittura avrebbe distrutto la memoria. I critici della stampa temevano che i libri avrebbero distrutto il pensiero orale. I critici della televisione temevano che avrebbe distrutto la lettura. In ogni caso, avevano ragione su qualcosa e torto su tutto il resto: qualcosa si è perso, molto si è guadagnato, e la civiltà ha trovato nuovi equilibri.

Ma i nuovi equilibri non si trovano da soli. Si costruiscono con intenzionalità. E l’intenzionalità richiede che qualcuno si faccia le domande scomode.

Ecco la mia: un bambino che cresce con un oracolo in tasca, che non ha mai dovuto cercare una risposta perché la risposta lo trova prima, che non ha mai conosciuto il vuoto fecondo del non-sapere, quel bambino avrà ancora il desiderio di capire? Avrà ancora la pazienza? Avrà ancora la capacità di guardare la complessità in faccia senza cercare immediatamente una semplificazione?

Non lo so. Ma so che la domanda mi tiene sveglio. E che una domanda che ti tiene sveglio vale più di cento risposte che ti fanno scrollare oltre.