Insegnare la sconfitta

Mircha Emanuel D'Angelo 17 min di lettura 18 February 2026

Gli scacchi sono l'unico gioco dove un bambino di otto anni e un pensionato di settanta siedono alla stessa altezza. In un mondo che ha eliminato l'attesa, la frustrazione e la sconfitta, una scacchiera può insegnare quello che nessuna app riesce a fare.

Insegnare la sconfitta

Cosa può insegnare un gioco di 1500 anni a una generazione che non ha mai dovuto aspettare?


La stretta di mano

Ricordo la mia prima scacchiera. La custodisco ancora. Era di mio zio: una scatola di legno che si apriva e dentro c’era una scacchiera metallica con pezzi magnetici, color oro per i neri e argento per i bianchi. Niente di pregiato. Ma per me era un tesoro. Poi mi feci comprare una scacchiera più grande, poi una di dimensione regolamentare (ndr: una scacchiera da torneo). Non sapevo ancora che esistessero i circoli. Avevo trovato un libro, Apertura, Mediogioco, Finale nella moderna partita a scacchi di Ludek Pachman, e da solo mi misi a studiarlo. Io, due scacchiere (una la usavo per le analisi), un quaderno per gli appunti, il libro. Per molto tempo gli scacchi sono stati una cosa mia, tra me e i pezzi.

Poi scoprii che a Pescara c’era un circolo di scacchi. Mi feci portare dai miei. Ero un bambino timido, e ricordo la fatica di entrare in quella stanza per la prima volta. La cosa che vidi subito fu un omone grosso che stava spiegando qualcosa a tre ragazzini davanti a una scacchiera murale, la prima che vedessi in vita mia. E poi, nella stanza accanto, dei tavolini dove gente di ogni età stava giocando. Il rumore dei pezzi, gli orologi che venivano premuti, qualcuno che commentava a bassa voce. La timidezza era tanta, ma la voglia di giocare con qualcuno che sapesse davvero giocare era più forte.

Alla fine mi iscrissi, e almeno una volta a settimana ero al circolo. Giocavo con adulti, con pensionati, con ragazzini della mia età. Si imparava, si scherzava, a volte si giocava in modo sprezzante per poi pentirsene due mosse dopo, altre volte ci si fermava ad analizzare partite per ore. Erano gli anni in cui Kasparov aveva fondato la PCA, la Professional Chess Association, in aperta rottura con la FIDE, e per la prima volta nella storia c’erano due campioni del mondo. Non era facile seguire le partite come lo è adesso, con gli streaming in tempo reale e i motori che ti danno la valutazione mossa per mossa. Esisteva l’Informatore Scacchistico: un volume che usciva ogni sei mesi, senza una parola di testo, solo diagrammi e mosse in notazione algebrica, con un sistema di simboli universali che qualsiasi giocatore al mondo poteva leggere, indipendentemente dalla lingua. Era il 1995, e ricordo le serate al circolo ad analizzare le partite del Campionato PCA tra Kasparov e Anand. Grandi e piccoli, insieme, davanti alla scacchiera murale, a cercare di capire perché Kasparov avesse sacrificato quel pezzo alla nona mossa.

Ecco: gli scacchi per me sono sempre stati questo. Non un gioco solitario, non un esercizio intellettuale astratto, ma un posto dove le persone si incontrano.

La prima cosa che si insegna ai bambini, negli scacchi, non è come si muove il cavallo. Non è l’apertura italiana, non è il matto del barbiere, non è nemmeno il valore dei pezzi. La prima cosa che si insegna è la stretta di mano.

Prima della partita, guardi il tuo avversario negli occhi, gli tendi la mano e gliela stringi. Dopo la partita, che tu abbia vinto o perso, fai la stessa cosa. La mano che stringi quando sei euforico è la stessa che devi porgere quando hai appena perso. Nessun videogioco prevede questo momento. Nessuna app ti chiede di guardare negli occhi chi ti ha battuto.

Sono un istruttore di scacchi e ho una specializzazione per l’insegnamento a bambini nello spettro autistico. Da un po’ non insegno attivamente, per vari motivi, ma quando capita vado a trovare vecchi amici al circolo per giocare dal vivo. Considero gli scacchi uno degli strumenti pedagogici più potenti che esistano, e in questo articolo proverò a spiegare perché.

È stato vedendo giocare i miei figli, e altri bambini ai tornei, che ho capito quanto stesse succedendo davanti a quella scacchiera. Il labbro che trema dopo una sconfitta, gli occhi che si riempiono, il tentativo di trattenere tutto, e poi la voglia di ricominciare. È una delle cose più importanti che possano accadere nella formazione di un essere umano. E accade sempre meno, perché il mondo in cui crescono questi bambini ha fatto di tutto per eliminarlo.

Il gioco che non ti lascia scrollare

Ho scritto qualche tempo fa di come crescere con un oracolo in tasca stia cambiando il rapporto dei bambini con la pazienza, la curiosità, la frustrazione. Di come l’accesso istantaneo alle risposte rischi di erodere la capacità di stare con le cose che non capiamo. Quel pezzo poneva un problema. Questo prova a raccontare un pezzo di risposta.

Il paradosso è che la risposta ha millecinquecento anni.

Gli scacchi non hanno autocompletamento. Non hanno suggerimenti. Non hanno “forse cercavi…”. Non hanno un algoritmo che ti tiene incollato offrendoti la prossima dose di dopamina ogni tre secondi. Sono un gioco che pretende la tua presenza totale, il tuo silenzio, il tuo tempo. Dove nessuno ti dà la risposta. Dove sbagli, e la scacchiera non ti consola.

Ed ecco il paradosso dei paradossi: proprio ora, nell’era di TikTok e dei contenuti da quindici secondi, gli scacchi stanno vivendo un rinascimento. Chess.com ha raggiunto i 200 milioni di utenti nel 2025, raddoppiando in tre anni. Dopo l’uscita di La regina degli scacchi su Netflix, le vendite di scacchiere sono aumentate dell'87%, quelle dei libri del 603%. Su Twitch, milioni di persone guardano Hikaru Nakamura che pensa per due minuti prima di muovere un pezzo. In Italia, la Federazione Scacchistica ha superato i 21.000 iscritti, un record storico.

Qualcosa non torna. O forse torna perfettamente: in un mondo saturo di stimoli istantanei, guardare qualcuno che pensa è diventato un atto esotico. E voler pensare tu stesso, davanti a una scacchiera, è diventato un piccolo atto di resistenza. Perché? Cosa c’è negli scacchi che un’app non riesce a replicare?

La mossa lenta

Kasparov, nel suo Gli scacchi, la vita, scrive che “a volte la cosa più difficile da fare, in una situazione di pressione, è lasciar persistere la tensione. La tentazione è quella di prendere una decisione, una qualsiasi, anche se è una scelta inferiore.”

Pensateci. Lasciar persistere la tensione. In un mondo dove ogni app, ogni servizio, ogni interfaccia è progettata per ridurre l’attrito, per darti la risposta prima che tu abbia finito di formulare la domanda, Kasparov ci dice che la vera abilità è non decidere. Non ancora. Restare lì, nella scomodità della posizione, e pensare ancora.

Chi non ha mai giocato a scacchi in un torneo potrebbe pensare che l’attesa sia tempo morto. Il tuo avversario pensa, e tu aspetti. Ma non è così. L’attesa negli scacchi è attiva: mentre l’altro pensa, tu pensi. Analizzi. Prepari varianti. Cerchi di capire cosa sta vedendo lui che tu non vedi. È un tipo di attesa che non esiste quasi più nella vita quotidiana dei bambini, dove ogni pausa viene riempita da uno schermo, ogni silenzio da una notifica. Alla scacchiera il silenzio è pieno, non vuoto.

E a proposito di silenzio: la sala torneo è un’esperienza sensoriale che andrebbe provata almeno una volta. Decine di persone sedute in una stanza, e l’unico suono è il ticchettio degli orologi e il rumore sordo dei pezzi che toccano il legno. Nessuno parla. Nessuno guarda il telefono. Nessuno si alza se non per andare al bagno o per pensare in piedi, le mani dietro la schiena, camminando tra i tavoli. Per un bambino abituato al rumore costante, entrare in una sala torneo è come entrare in un altro mondo. E dopo l’iniziale disorientamento, succede qualcosa di inaspettato: ci si abitua. E quel silenzio diventa concentrazione.

Ulisse Mariani, psicologo e psicoterapeuta, nel suo Alunni cattivissimi ha scritto qualcosa che mi ha colpito profondamente: la tolleranza alla frustrazione non è una dote innata. È una competenza. Si insegna. Quei bambini che etichettiamo come “difficili”, “impossibili”, “cattivissimi”, nella maggior parte dei casi non hanno un problema di disciplina: hanno un problema di strumenti. Nessuno gli ha insegnato a stare dentro la frustrazione senza esplodere. Mariani e Schiralli hanno sviluppato la “Didattica delle Emozioni”, un metodo validato nel 2022 con studi che hanno misurato la riduzione del cortisolo nei bambini del gruppo sperimentale.

“Se non abituiamo i bambini all’attesa, alle piccole frustrazioni, a stare da soli senza sentirsi soli, a cavarsela nei tempi morti, a tirare fuori la creatività e il desiderio si rischia di produrre adolescenti che non riescono a sopportare perfino le più lievi sensazioni disturbanti come, per esempio, due sole ore di… ozio. E se non riescono a contenere e a riempire lassi di tempo così brevi, figuriamoci come possono vivere gli obiettivi della vita, i progetti e i desideri che, proprio perché tali, implicano l’attesa, l’impegno, la dilazione, il futuro. Il volere tutto e subito tipico di numerosi adolescenti affonda le radici proprio in questa difficoltà. Noi adulti, campioni nel dare i nomi a fenomeni complessi, lo abbiamo chiamato consumismo.”

  • Ulisse Mariani, “Alunni cattivissimi"

Robert Bjork, psicologo cognitivo della UCLA, chiama questo principio “desirable difficulties”: le condizioni che rallentano l’apprendimento apparente spesso ottimizzano la ritenzione a lungo termine. Fai più fatica adesso, impari meglio per sempre. È controintuitivo, e va contro tutto ciò che il design moderno ci insegna. Ma gli scacchi incarnano esattamente questo: ogni partita è una difficoltà desiderabile. Ogni sconfitta è un’occasione di apprendimento che nessun tutorial può sostituire.

E il bambino che si siede davanti alla scacchiera e deve aspettare che il suo avversario pensi, quel bambino sta facendo una cosa che quasi nient’altro nella sua giornata gli chiede di fare: stare fermo, in silenzio, e aspettare. Sembra poco. Non lo è.

La scacchiera non mente

Il cuore di tutto, per me, è qui.

Un bambino che perde una partita a Fortnite ha mille vie di fuga: il lag, il cheater, il controller che non funziona, il compagno di squadra che non ha coperto. Un bambino che perde una partita a scacchi ha solo se stesso, la scacchiera e le sue scelte. Nessun algoritmo da incolpare. Nessun compagno di squadra. Nessuna sfortuna. Eri tu, i tuoi pezzi, e le tue decisioni.

Kasparov lo dice con la chiarezza di chi ci ha dedicato una vita: “La sconfitta e il successo sono le inseparabili conseguenze di ogni cimento. Se vogliamo riuscire dobbiamo mettere in conto il rischio di non riuscire.”

Questa è la lezione più dura e più preziosa che gli scacchi possano dare a un bambino: la responsabilità totale delle proprie scelte. Non esiste il “non è colpa mia” sulla scacchiera. Ogni mossa è stata tua. Ogni errore è stato tuo. E la partita successiva è un’altra occasione per fare meglio, portandoti dentro tutto quello che hai imparato dalla sconfitta precedente.

C’è un versetto contenuto nella Bibbia, nel libro dei Proverbi di Salomone, che anticipava di quasi 3000 anni tutto questo: “Chi è paziente è migliore di un uomo potente, e chi controlla il proprio temperamento di chi cattura una città.” Proverbi 16:32. Ecco, quello che succede sulla scacchiera è esattamente questo: non si vince conquistando, si vince dominando se stessi.

Chi è paziente è migliore di un uomo potente, e chi controlla il proprio temperamento di chi cattura una città.

  • Proverbi 16:32

Ma c’è un aspetto della sconfitta negli scacchi che la rende diversa da qualsiasi altra sconfitta. Quando la partita finisce, quando hai stretto la mano e il dolore è ancora fresco, succede una cosa straordinaria: ti siedi con il tuo avversario e analizzate insieme la partita. Si chiama post-mortem, e il nome non è casuale. Ripassi le mosse, cerchi il momento in cui la posizione è scivolata, chiedi “e se avessi giocato qui?”, e il tuo avversario, quello che ti ha appena battuto, ti spiega dove hai sbagliato. Ti aiuta a capire. In quale altro contesto il vincitore si siede accanto al perdente e gli insegna come fare meglio la prossima volta? Non nel calcio, non a scuola, non nella vita aziendale. Negli scacchi sì. La sconfitta non è la fine della conversazione, è l’inizio dell’apprendimento.

E poi c’è lo zugzwang. È una parola tedesca che significa “obbligo di muovere”, e descrive una posizione in cui qualsiasi mossa tu faccia peggiora la tua situazione. Non puoi stare fermo, le regole te lo impediscono. Devi muovere, e ogni mossa è un passo verso la sconfitta. È una delle esperienze più frustranti che gli scacchi possano offrirti, e anche una delle più formative: a volte nella vita non ci sono mosse buone, ma devi muoverti lo stesso. Devi scegliere il male minore, accettare il danno, e andare avanti. Nessun tutorial ti insegna questo. Lo impari sulla scacchiera, con un nodo allo stomaco.

“L’esperienza non è ciò che succede a un uomo, ma ciò che un uomo fa con quello che gli succede.”

  • Garry Kasparov, Gli scacchi, la vita

Nel mio piccolo, ho visto questo processo ripetersi tante volte. Il bambino che dopo la prima sconfitta vuole smettere, dopo la quinta vuole capire dove ha sbagliato, dopo la ventesima vuole insegnare a un compagno più piccolo. Non è un percorso lineare. Ci sono giornate in cui anche il più bravo piange, e giornate in cui quello che non voleva più giocare ti chiede “facciamo un’altra partita?”. Ma la direzione è chiara: si impara a perdere. E imparare a perdere è imparare a crescere.

Il gioco senza distanze

Antonio Pipitone ha 99 anni. In una foto del 47° Festival Città di Arco lo vedete seduto al tavolo da torneo, poco prima della sua mossa. Novantanove anni, e gioca a scacchi in un torneo ufficiale. Non un’esibizione, non una partita amichevole: un torneo vero.

Antonio Pipitone - fonte https://www.scacchierando.it/reportages/foto-e-intervista-a-pipitone/

E poi c’è un’altra foto, del 2022, che ogni volta che la guardo mi colpisce allo stesso modo. Mario ha 10 anni. Manuel Álvarez Escudero ne ha 100. Novanta anni di differenza, seduti uno di fronte all’altro a giocare a scacchi. La cosa che ti colpisce è che sono alla stessa altezza. Nessuno dei due sta “facendo finta” di giocare con l’altro. Competono davvero.

Manuel Álvarez Escudero

Provate a pensare a un altro gioco, uno sport, un’attività qualsiasi dove un centenario e un bambino di dieci anni possano competere davvero alla pari, dove l’esperienza dell’uno e l’elasticità dell’altro si incontrino in un terreno genuinamente neutro. Non il calcio, non il tennis, non i videogiochi. Gli scacchi sono uno dei pochissimi spazi dove l’età è davvero irrilevante.

Nel 2025, Gallipoli ha ospitato il 33° Campionato Mondiale Senior FIDE: 467 giocatori da 67 paesi, con partecipazione record. Ottant’anni e oltre, e ancora in competizione. (Provateci con Fortnite.)

Ma non serve andare ai campionati mondiali. Basta andare in qualsiasi piazza italiana dove c’è un circolo di scacchi. I vecchi sono lì, e i bambini sono lì, e giocano. Un gioco che tiene insieme le generazioni, senza bisogno di intermediari digitali, senza bisogno di nient’altro che 32 pezzi e due cervelli.

La scacchiera è un livellatore. Non servono scarpe costose, non serve un campo, non serve tecnologia. È uno dei pochi giochi dove un bambino può battere un adulto con merito, e dove un adulto può imparare qualcosa da un bambino.

La scacchiera come terapia

Questa è la parte più personale, e forse la più importante.

Come dicevo, ho un attestato FIDE per insegnare scacchi a bambini con disturbo dello spettro autistico, nell’ambito del FIDE Infinite Chess Project, un programma attivo in 28 paesi che ha coinvolto oltre 270 bambini. Non ne parlo per vantarmi di un certificato, ma perché quello che ho visto insegnando scacchi a questi bambini mi ha cambiato il modo di pensare all’insegnamento in generale.

Un bambino nello spettro autistico fatica con molte cose che diamo per scontate: l’interazione sociale, il contatto visivo, la gestione dei turni, la frustrazione dell’imprevisto. La scacchiera aggira molti di questi ostacoli, e lo fa in un modo che non smette di sorprendermi. Le regole sono chiare e immutabili: il cavallo si muove sempre a L, il pedone avanza sempre in avanti, il turno è sempre alternato. Non ci sono eccezioni, non ci sono ambiguità, non ci sono “dipende”. Per un bambino che fatica con il mondo imprevedibile delle relazioni umane, questa prevedibilità è un appiglio.

Ma la parte che mi commuove di più è la stretta di mano. Quella stessa stretta di mano con cui si apre e si chiude ogni partita, per un bambino ASD diventa qualcosa di diverso: è un esercizio di contatto sociale codificato. È prevedibile, e quindi è sicuro. Sai esattamente quando succede, sai esattamente come funziona, sai esattamente cosa ci si aspetta da te. E piano piano, partita dopo partita, quel gesto diventa naturale.

E poi c’è qualcosa di ancora più profondo. Per giocare a scacchi devi chiederti: “Cosa sta pensando l’altro? Cosa farà se io muovo qui? Cosa vuole?” È un esercizio naturale di teoria della mente, di perspective-taking, esattamente ciò che i bambini nello spettro faticano di più a sviluppare. La scacchiera diventa un linguaggio condiviso dove le parole non sempre bastano, ma le mosse parlano.

L’ASD Scuola Popolare di Scacchi, in collaborazione con la Fondazione “Una Breccia nel Muro”, lavora in Italia dal 2017 con bambini autistici e i risultati sono notevoli: tutti i bambini hanno imparato a giocare, a gestire la frustrazione delle sconfitte, a sviluppare autocritica e apprendimento dagli errori. Non è magia. È struttura, pazienza e ripetizione: tre cose che gli scacchi hanno in abbondanza.

Cosa dice la scienza (e cosa non dice)

Non voglio trasformare questo articolo in un paper accademico, e soprattutto non voglio fare affermazioni più forti di quanto i dati permettano. Chi mi conosce sa che diffido di chi ha risposte definitive, e gli scacchi non fanno eccezione.

Quello che la ricerca ci dice è incoraggiante ma non miracoloso. Una meta-analisi di Sala e Gobet del 2016 su 24 studi mostra che l’istruzione scacchistica migliora le prestazioni matematiche con un effetto moderato, e le capacità cognitive generali con un effetto simile. Uno studio italiano di Trinchero e Sala su 931 alunni di scuola primaria aggiunge una sfumatura fondamentale: il transfer avviene quando si insegnano euristiche esplicite, non dal solo giocare. Non basta mettere un bambino davanti a una scacchiera e aspettare che diventi bravo in matematica. Bisogna insegnargli a ragionare sulla scacchiera, e quel ragionamento si trasferisce.

Sugli anziani, lo studio di Verghese del 2003 sul New England Journal of Medicine, uno studio prospettico su 469 anziani over 75, ha mostrato che i giochi da tavolo riducono il rischio di demenza, mentre l’attività fisica da sola no. Ma attenzione: la correlazione potrebbe riflettere una selezione, chi gioca a scacchi tende ad avere già un livello cognitivo più alto.

Per l’ADHD, lo studio di Blasco-Fontecilla su 44 bambini ha mostrato una riduzione del 41% della disattenzione dopo 11 settimane di scacchi. Per i bambini con ASD, il FIDE Infinite Chess Project riporta miglioramenti significativi nelle abilità di interazione sociale dei partecipanti.

E poi c’è lo studio COGniChESs, fresco del 2026, che è il più onesto di tutti: nessun effetto cognitivo diretto significativo, ma un miglioramento dell’umore, specialmente nelle donne. I benefici, dice lo studio, sono soprattutto sociali e psicologici.

Ecco: non “gli scacchi ti rendono geniale”. Ma “gli scacchi ti insegnano a perdere, aspettare, pensare, stare con gli altri. E la scienza suggerisce che questo ha valore”. È una frase meno spettacolare, ma è onesta. E nel 2012, 415 europarlamentari hanno firmato una dichiarazione per introdurre gli scacchi nei sistemi scolastici dell’Unione Europea. Poi è successo poco o nulla, come spesso capita. Ma qualcosa avranno pensato, no?

Non è nostalgia, è resistenza

Non rimpiango i tempi passati (forse un pochino). Non sto dicendo che gli scacchi siano la soluzione a tutti i problemi educativi del ventunesimo secolo. Non sto dicendo che bastino 32 pezzi di legno per crescere esseri umani migliori. Sto dicendo che in un mondo che ha sistematicamente eliminato l’attesa, la frustrazione e la responsabilità personale dall’esperienza quotidiana dei bambini, esiste uno strumento che tutte e tre queste cose le contiene, le richiede, le insegna. E che questo strumento ha millecinquecento anni, non costa quasi nulla, e funziona a qualsiasi età.

Kasparov scrive che “gli scacchi sono un’arena unica nella quale esprimere creatività, perché uniscono arte e scienza in un modo che poche altre attività riescono a fare.” Ha ragione. Ma per me gli scacchi sono anche qualcos’altro: sono un posto dove un bambino impara che perdere non è la fine. Dove un anziano resta vivo intellettualmente. Dove un bambino autistico trova un linguaggio. Dove le generazioni si incontrano senza bisogno di filtri.

È resistenza? Forse. Ma non la resistenza di chi si aggrappa al passato. La resistenza di chi ha trovato qualcosa che funziona, e nota che funziona ancora meglio proprio perché il mondo intorno è cambiato.

Non le aperture, non i finali, non le varianti. Gli scacchi insegnano a fare qualcosa con quello che succede. Anche quando l’unica cosa che puoi fare è stringere la mano e ricominciare.