La stanchezza che non è stanchezza

Mircha Emanuel D'Angelo 9 min di lettura 29 March 2026

L'AI ti dà superpoteri. Apri progetti, sperimenti, fai cose che prima erano impensabili. E poi una sera ti ritrovi sul divano senza la voglia di fare niente. Neanche leggere. Neanche accendere la tv. Una riflessione sul costo nascosto dell'accelerazione.

La stanchezza che non è stanchezza

Quando puoi fare tutto, il primo lusso che perdi è il desiderio di fare qualcosa.


La griglia

Giovedì sera ero sul divano. Fermo. Non il tipo di fermo di chi si rilassa: il tipo di fermo di chi non riesce a muoversi.

Avevo passato la giornata dentro una griglia di terminali. Tre progetti aperti in parallelo, ognuno con il suo worktree, ognuno con il suo contesto. Scrivi qui, verifica là. Cambia finestra. Torna indietro. Controlla il log. Apri un’altra sessione. Nel frattempo pensi a due cose che vorresti sperimentare, le segni da qualche parte, poi torni al terminale che aspetta. Cambi contesto. Di nuovo.

Non è che fosse una brutta giornata. Era una giornata produttiva. Stavo facendo cose, cose vere, cose che funzionavano. Avevo quella sensazione familiare del codice che scorre, dei pezzi che si incastrano, dei problemi che si risolvono uno dopo l’altro. Quella che una volta chiamavo flow.

Poi è arrivata sera. Il momento in cui di solito prendo il Kindle e leggo. Amo i libri cartacei, li preferisco a qualsiasi schermo, ma al buio, a letto, il Kindle è di una comodità a cui non so rinunciare. Oppure prendo il computer e scrivo qualcosa per il blog. Mi piace scrivere, mi è sempre piaciuto. Per anni l’ho fatto a mano, su quaderni, con una penna. Ultimamente ho cominciato a farlo al computer, perché posso farlo ovunque, anche al buio, anche sul divano con le luci spente. Un piccolo compromesso di efficienza che mi sono concesso quasi senza accorgermene.

Ma quella sera non ho aperto il Kindle. Non ho aperto il computer. Non ho acceso la tv. Non ho scrollato il telefono. Sono rimasto sul divano, con le spalle rigide e il cervello che sembrava voler esplodere, a fissare un punto vago della stanza senza pensare a niente di preciso.

Non era sonno. Non era stanchezza fisica. Era qualcosa di diverso, qualcosa per cui non avevo un nome pronto. Una specie di vuoto, ma non il vuoto calmo di chi medita. Un vuoto saturo. Come un disco pieno che non riesce più a scrivere nulla.

E la cosa più assurda è che nel mezzo di quel vuoto, una vocina continuava a dire: non puoi perdere tempo. Devi provare quella cosa. Devi finire quell’altra. Hai visto quel progetto su GitHub? Dovresti guardarlo.

Non riuscivo a fare niente, e mi sentivo in colpa per non fare niente.

I due binari

C’è una cosa che ho sempre saputo fare, anche se per molto tempo non sapevo che avesse un nome.

Posso mantenere due processi mentali in parallelo. Non nel senso vago del “pensare a due cose”, ma in un senso molto concreto: posso leggere un testo mentre scrivo qualcos’altro, senza sbagliare né nell’uno né nell’altro. Quando leggo ad alta voce, il mio occhio corre molto più avanti di quello che la voce sta pronunciando. Leggo a mente le frasi successive mentre dico quelle precedenti, e questo mi aiuta ad anticipare il tono, le pause, le emozioni da trasmettere. Due flussi che corrono su binari separati, ma coordinati.

Non lo dico per vantarmi. Lo dico perché è parte del problema.

Questa capacità l’ho costruita negli anni, in buona parte giocando a scacchi. Calcolare varianti significa esattamente questo: tenere in testa due, tre, cinque linee di gioco contemporaneamente, ognuna con le sue ramificazioni, senza perdere il filo di nessuna. Valutare “se gioco qui, lui va là, ma se invece…” richiede una specie di multitasking profondo che non è fare tante cose insieme, è pensare a tante cose insieme mantenendo il controllo. La psicologia cognitiva lo chiama attentional control: la capacità della memoria di lavoro di tenere attivi più contesti e di saltare tra l’uno e l’altro con un costo minimo.

Per anni questa è stata la mia arma segreta. Nel lavoro, nella vita. Potevo concentrarmi per ore su un problema e nel frattempo lasciare che un altro pezzo della mente lavorasse su qualcos’altro in background. Come avere un processo in foreground e uno in background che gira silenzioso, e ogni tanto ti restituisce un risultato che non ti aspettavi.

Ecco: giovedì sera, quella macchina si è fermata. Non piano, non con un rallentamento graduale. Si è fermata di colpo, come un motore che gripppa. E per la prima volta ho capito che anche i processi paralleli hanno un limite. Che la capacità di tenere aperti tanti contesti non significa che puoi tenerli aperti all’infinito. Che il costo, a un certo punto, si paga tutto insieme.

La fame che non si sazia

La cosa che nessuno ti dice dei superpoteri è questa: creano fame.

Parlo di quelli che ti dà l’AI, ovviamente. Ho scritto di come abbia cambiato il mio modo di lavorare. Lo penso ancora: è lo strumento più potente che abbia mai avuto. Prototipi che prima richiedevano giorni adesso li vedo prendere forma in ore. Idee che restavano nel cassetto perché “ci vorrebbe troppo tempo” adesso le posso esplorare in un pomeriggio. Il confine tra “mi piacerebbe fare” e “sto facendo” è diventato sottilissimo.

E io ne vado pazzo. Scopro cose nuove. Faccio cose che non riuscivo a fare prima. Ogni giorno c’è qualcosa di nuovo da provare, un modello, un tool, un approccio. La curiosità che mi ha sempre definito adesso ha un motore turbo sotto.

Il problema è che prima il tempo era un filtro naturale. Volevi fare un prototipo? Servivano giorni. Volevi sperimentare un’idea? Settimane. Quella lentezza ti costringeva a scegliere, e scegliere significava rinunciare, e rinunciare significava che le cose che facevi avevano peso. Le portavi avanti con cura, perché ognuna ti era costata qualcosa.

Adesso il collo di bottiglia non è più il tempo. Sono io. Posso fare dieci cose, e ne faccio dieci. Posso sperimentare tutto, e sperimento tutto. Il filtro è saltato. E quella fame di fare, di scoprire, di non perdere tempo, non si sazia mai. Perché ogni cosa che fai ne apre altre tre. Ogni progetto che finisci ne genera due. Ogni esperimento che funziona suggerisce il prossimo.

È come bere acqua salata. Più bevi, più hai sete.

Il vuoto pieno

Quella stanchezza del giovedì sera non è burnout. Il burnout lo conosco, almeno come concetto: troppo lavoro, troppa pressione esterna, troppo stress. Quello che sentivo io era diverso. Non ero stato sotto pressione. Nessuno mi aveva chiesto di lavorare a tre progetti contemporaneamente. L’avevo scelto io. Nessuno mi aveva detto di sperimentare quelle cose nuove. Le volevo io.

È la stanchezza di chi ha troppe possibilità. Non troppe cose da fare: troppe cose che potrebbe fare. Il cervello che ha speso tutta la sua energia non nel fare, ma nel tenere aperti troppi contesti contemporaneamente. Nel saltare da uno all’altro. Nel decidere, ogni dieci minuti, cosa fare adesso.

C’è una differenza enorme tra essere stanchi di lavorare ed essere stanchi di poter lavorare a troppe cose.

E qui torna il discorso dei due binari. Quella mia capacità di gestire processi paralleli, quella cosa che ho sempre considerato un vantaggio, è anche ciò che mi ha permesso di arrivare a quel punto. Un cervello meno elastico si sarebbe fermato prima. Avrebbe detto basta alle due del pomeriggio, avrebbe chiuso due progetti su tre, avrebbe rallentato. Il mio no. Il mio ha continuato a tenere tutto aperto, a gestire tutto, a saltare da un contesto all’altro con la disinvoltura di sempre. Fino a quando non ha smesso di colpo.

È il paradosso della resistenza: più sei capace di reggere, più tardi ti accorgi che stai cedendo. E quando te ne accorgi, sei già sul divano con le spalle rigide e il cervello che vuole esplodere.

La penna che non uso più

C’è un dettaglio che mi ha colpito mentre ci pensavo. Un dettaglio piccolo, che sembra non c’entrare nulla.

Ho smesso di scrivere a mano.

Non per una decisione consapevole. Non mi sono svegliato una mattina dicendo “basta quaderni”. È successo gradualmente, un compromesso alla volta. Il computer è più comodo: posso scrivere ovunque, posso correggere senza cancellare, posso farlo al buio, posso farlo sul divano. Ogni singolo motivo è razionale. Ogni singolo passaggio è un guadagno in efficienza.

Ma scrivere a mano era un rito. Era lento per natura. La penna ti costringe a pensare prima di scrivere, perché cancellare costa fatica. Ti costringe a rallentare al ritmo del pensiero, non al ritmo delle dita sulla tastiera. Ti costringe a stare con le parole, a sentirle formarsi prima di metterle giù.

Non l’ho perso perché non mi piaceva più. L’ho perso perché l’ho ottimizzato. E ottimizzare un rito significa ucciderlo, perché il rito è il contrario dell’efficienza. Il rito è fare qualcosa nel modo meno produttivo possibile, e trovare in quella lentezza un valore che la velocità non sa darti.

Mi chiedo quanti riti sto perdendo così. Quanti piccoli attimi di lentezza intenzionale sto sostituendo con versioni più efficienti, più comode, più veloci. E mi chiedo se quella stanchezza del giovedì sera non sia anche questo: il segnale che qualcosa di importante si sta assottigliando, e che non me ne sto accorgendo perché ogni singolo compromesso, preso da solo, sembra ragionevole.

Non è nostalgia (e a questo punto lo sai)

Non sto rimpiangendo un’epoca d’oro che non è mai esistita. Non l’ho fatto quando ho parlato della curiosità, non lo faccio adesso.

Non voglio rallentare. Non potrei neanche se volessi, e in realtà non voglio. Amo quello che faccio. Amo la velocità con cui posso esplorare idee. Amo avere strumenti che amplificano quello che so fare.

Ma sto cominciando a capire che l’accelerazione ha un costo che non compare da nessuna parte. Non compare nei report di produttività. Non compare nelle metriche. Non compare neanche nella tua percezione quotidiana, perché ogni giorno sembra un buon giorno: hai fatto cose, hai creato cose, hai imparato cose. Il costo lo scopri solo quando ti fermi. Quando è sera e il corpo ti dice basta prima della mente. Quando le spalle sono rigide e il Kindle è lì, sul comodino, e non hai la forza di prenderlo.

Forse la risposta non è fare meno. Forse è scegliere di più. Nell’era in cui puoi fare tutto, il lusso non è la velocità: è la rinuncia intenzionale. Decidere cosa non fare. Lasciare che alcune idee restino nel cassetto non perché non hai tempo, ma perché hai scelto di dare peso a quelle che hai già in mano.

È più difficile di quanto sembra. Quando hai i superpoteri, non usarli sembra uno spreco. Ma forse lo spreco vero è un altro: è usarli tutti, tutti i giorni, su tutto, fino a ritrovarti vuoto sul divano a chiederti dove è finita l’energia.

Il divano

Giovedì sera, sul divano, ho fatto una cosa che non facevo da tempo. Niente. Non il niente produttivo di chi medita, non il niente strategico di chi stacca per ricaricare. Il niente vero. Quello senza scopo, senza piano, senza la vocina che ti dice che stai perdendo tempo.

Non so se mi ha fatto bene. Non so se era quello di cui avevo bisogno, o se era solo il cervello che aveva staccato la spina senza chiedere il permesso.

So solo che la mattina dopo, per la prima volta in settimane, ho avuto voglia di prendere una penna.