Overflow by Mircha Emanuel D'Angelo
Riflessioni · Memoria · Saggio 13 September 2026

Trenta punti al ginocchio

Ho il corpo pieno di cicatrici e me le ricordo quasi tutte: il ginocchio a dieci anni, il mento, il petto, l'addome. Eppure non sono niente rispetto a quelle che ho dentro. Una riflessione su chi lasciamo entrare, sulla pelle che a un certo punto smette di saper guarire senza lasciare segni, e su un guscio che non sono mai stato capace di costruire.

Trenta punti al ginocchio

Ho il corpo pieno di cicatrici e me le ricordo quasi tutte: il ginocchio a dieci anni, il mento, il petto, l'addome. Eppure non sono niente rispetto a quelle che ho dentro. Una riflessione su chi lasciamo entrare, sulla pelle che a un certo punto smette di saper guarire senza lasciare segni, e su un guscio che non sono mai stato capace di costruire.

Le cicatrici che ho fuori le posso contare a una a una. Quelle che ho dentro no, e sono molte di più.


La tuta arancione

Era il 1992 e avevo dieci anni. Quel pomeriggio stavamo a casa di Daniele, un compagno di scuola, io e Lorenzo, con cui di anni di banco ne ho passati parecchi. Prima di uscire avevamo visto Chi ha incastrato Roger Rabbit, che è rimasto uno dei miei film preferiti di sempre e che mi ha lasciato addosso una riga che mi porto dietro ancora adesso: una risata può essere una cosa molto potente, perché a volte è l’unica arma che abbiamo. Ci ho costruito sopra mezzo carattere. Da allora, quando le cose si mettono male, la mia prima difesa è far ridere gli altri.

Poi siamo usciti, perché a dieci anni dentro casa non ci si sta.

C’era un muretto. Ci salivamo sopra e saltavamo giù sulla strada, e a ogni giro alzavamo l’asticella: più in là, più in alto, più scomodo. Le prove di coraggio dei maschietti di quell’età funzionano così, non hanno bisogno di un premio e non hanno bisogno di un motivo.

Tocca a Lorenzo. Salta, e si fa un po’ male.

Tocca a me. Salto, e sento un dolore sordo al ginocchio.

Avevo una tuta di spugna, arancione acceso, di quell’arancione che nel 1992 non sembrava ancora una scelta discutibile. Il tessuto era intatto. Nessuno strappo, niente di niente. Solo il ginocchio che faceva malissimo e una macchia scura che si allargava sulla stoffa.

Chiedo a Daniele un bicchiere d’acqua. Mi sento male per il dolore, rientro, mi siedo, tiro su la gamba della tuta.

Daniele urla e scappa in camera sua. Lorenzo diventa bianco ma resta lì. Io guardo: la pelle è aperta, si vede l’osso della rotula, il sangue esce copioso dai lati.

Non ho pianto. Non ho mai pianto in vita mia per il dolore fisico, mi sono sempre detto che non serve, che si tiene duro e non ci si pensa. (Ammetto anche una soglia del dolore parecchio anomala, il che aiuta non poco a sembrare coraggiosi.) Lorenzo, che il coraggioso del gruppo lo era davvero, porta acqua e strofinacci. Io chiedo di chiamare mia madre.

Arriva con Nella, la nonna di Gioia, la mia migliore amica, e in parte nonna anche per me. Mia madre si spaventa guardando la ferita. Telefona a Luca, un amico medico, per sapere cosa fare, e intanto mi portano in ospedale.

Del reparto di traumatologia ricordo una cosa sola con precisione, e non è quella che verrebbe da immaginare. Il momento peggiore non è stato il salto, e non è stata la ferita aperta. È stata l’anestesia locale. Il resto l’ho guardato mentre succedeva: punti interni, tanti, e una trentina di punti esterni. Sono tornato a casa con la gamba steccata e, va detto, con un certo orgoglio. A dieci anni una ferita così non si nasconde, si sfoggia. Per un po’ sono stato quello dei trenta punti.

L’inventario

Quella al ginocchio sinistro è solo la prima della lista.

Due al mento, diversi punti anche lì. Una all’orecchio. Una al sopracciglio sinistro. Una alla mano, altre alle dita, una alla coscia. Due sul petto per un intervento. Una laparotomia sull’addome e altre sull’addome, più i buchi lasciati dai tubi, che sono cicatrici piccole e tonde e stranamente ordinate.

Le so tutte. So indicarle a occhi chiusi, so da dove arrivano, e quasi tutte hanno una storia che si racconta in due minuti. Da ragazzino mi piaceva pure mostrarle, che è un modo abbastanza economico di sembrare uno che ne ha viste.

Eppure, messe tutte insieme, non sono niente.

Non sono niente rispetto a quelle che ho dentro.

La domanda

Qualche sera fa mi è venuta in mente una domanda, di quelle che arrivano senza chiedere permesso: chissà perché le cicatrici che abbiamo fuori sono sempre meno di quelle che abbiamo dentro.

Ne parlavo con Gioia. Siamo cresciuti insieme, abbiamo passato giornate intere fianco a fianco, spesso rifugiati sul nostro albero, e anche quando non ci vediamo restiamo qualcosa come Forrest Gump e Jenny. Albero compreso.

Mi ha risposto una cosa semplice.

Forse perché dentro siamo più fragili.

Io ci ho aggiunto quello che pensavo, cioè che dentro scegliamo chi far entrare, e che purtroppo chi lasciamo entrare è anche chi ci può fare più male.

E lei ha chiuso il discorso meglio di come l’avevo aperto io.

Eh sì, lì non c’è nessuna corazza. Una volta entrato, non abbiamo più difese.

Ecco: le cicatrici di fuori sono il risultato di un mondo che ti capita addosso. Un muretto, una lamiera, un bisturi. Non c’è niente da decidere, succede e basta, e il corpo fa il suo mestiere.

Quelle di dentro no. Quelle sono il risultato di una porta che abbiamo aperto noi.

Ventidue settimane

C’è una cosa che ho scoperto leggendo, e che mi ha fermato per un po'.

Un feto umano, nei primi mesi, guarisce senza cicatrici. Non “quasi senza”. Senza. La pelle si ricostruisce come era prima, con le sue strutture al posto giusto, e dopo non si vede più dove era stata aperta. Poi, intorno alla ventiduesima settimana di gestazione, questa capacità si perde. Da lì in avanti, per tutto il resto della vita, il corpo smette di rigenerare e comincia a riparare.

Non è un interruttore secco, e la letteratura è onesta nel dirlo: anche prima di quella soglia una ferita abbastanza grande, o un’infiammazione abbastanza forte, può produrre una cicatrice lo stesso. Non c’è un solo meccanismo a spiegarlo, ce ne sono diversi che lavorano insieme: più acido ialuronico, una reazione infiammatoria molto più tiepida, un rapporto diverso tra i tipi di collagene, un equilibrio diverso tra i fattori che spingono verso la fibrosi e quelli che la frenano. Buona parte di quello che sappiamo arriva da modelli animali, e chi fa ricerca su questo lo scrive chiaramente invece di venderci la pillola della guarigione perfetta.

Quello che succede a noi adulti, invece, è una riparazione d’emergenza fatta bene.

La cicatrice non è pelle. È tessuto nuovo, messo lì in fretta per chiudere un buco. Il collagene, nella pelle sana, è intrecciato in tutte le direzioni, come un tessuto fatto ad arte. In una cicatrice viene deposto più allineato, più ordinato, più rigido. E quel pezzo lì non torna mai quello di prima: al massimo, dopo mesi di rimodellamento, arriva a circa l’ottanta per cento della resistenza della pelle intatta. Il picco si raggiunge dopo un paio di mesi e mezzo, poi la faccenda continua a sistemarsi lentamente per un anno.

C’è dell’altro. Sulla cicatrice non crescono peli, non ci sono ghiandole del sudore, non c’è sebo. È un pezzo di te che non suda e non sente come sente il resto. Più duro e meno vivo.

Ho passato il dito sulla rotula mentre leggevo queste cose. Trentaquattro anni dopo, quella riga bianca non è mia pelle, è la toppa che il mio corpo ha cucito per non lasciarmi aperto. E la toppa ha tenuto benissimo.

Poi mi è venuto il pensiero successivo, quello che poi ha fatto nascere questo articolo.

Se anche dentro funziona così, allora anche lì si ripara, non si torna come prima. E anche lì il pezzo riparato è più duro e meno vivo.

Chi lasciamo entrare

Il punto è proprio quello che mi ha detto Gioia: lì non c’è nessuna corazza.

Il corpo ha difese ovunque. La pelle è una barriera, il dolore è un allarme, il riflesso ti sposta la mano dal fuoco prima che tu abbia deciso qualcosa. Tutto quel sistema serve a tenere fuori il mondo.

Dentro no. Dentro decidiamo noi chi entra, e il criterio con cui decidiamo è l’amore e la fiducia. Non c’è un altro criterio. Non esiste il controllo all’ingresso, non esiste il periodo di prova, non esiste la versione limitata dell’accesso. Uno entra e da quel momento sta in un posto dove non ci sono barriere, non ci sono allarmi e non ci sono riflessi.

Che è esattamente la ragione per cui chi amiamo è anche chi ci può fare più male. Non è una sfortuna e non è un caso. È strutturale. Nessun altro potrebbe farci quel male, perché nessun altro sta là dentro.

E succede. Succede che persone che avevamo fatto entrare, di cui ci fidavamo ciecamente, ci facciano del male. A volte senza accorgersene, che è il caso più frequente e in un certo senso il più difficile da archiviare, perché non c’è nessuno da incolpare. A volte sapendo benissimo quello che stanno facendo, e allora il conto è più semplice da fare ma non fa meno male.

Di episodi non ne racconto, e non per riservatezza da copertina. Semplicemente non è quello il punto. Chiunque stia leggendo ha la sua lista, e non gli serve la mia per capire di cosa sto parlando.

Il guscio che non so costruire

A questo punto uno dovrebbe imparare. È la cosa sensata da fare: prendi l’esperienza, la trasformi in regola, metti su un guscio e dici che qui dentro non entra più nessuno.

Io non ne sono capace.

Non ne sono mai stato capace. Continuo a far entrare le persone che ritengo di amare e di cui mi fido, con la stessa esatta procedura di prima, che poi procedura non è: è un’apertura e basta. Ho tutte le prove che serve per comportarmi diversamente, e non me ne faccio niente.

Per anni l’ho considerata una mia mancanza, una specie di bug che non riesco a correggere. Poi mi sono imbattuto in una frase di Dostoevskij che l’ha messa in una luce diversa.

Amare qualcuno significa dargli il potere di distruggerti, e confidare che non lo farà.

Il punto è quel confidare. Non è ingenuità, perché l’ingenuo non sa. Io so. Ho l’inventario delle cicatrici interne come ho quello delle esterne, e continuo comunque a consegnare le chiavi. Non perché ho dimenticato cosa succede, ma perché l’alternativa è un posto chiuso dove non entra più nessuno, e in un posto così non succede più niente di buono. La pelle intatta non è un traguardo. È solo pelle a cui non è successo niente.

E poi c’è una cosa che mi tiene in piedi, quando la mattina il conto sembra sfavorevole: la stragrande maggioranza delle persone che ho fatto entrare non mi ha distrutto. Ho confidato che non lo facessero, e avevo ragione. Non ci faccio caso perché non lascia cicatrici, e le cose che non lasciano cicatrici non le contiamo mai. Contiamo solo i segni.

Il dito sulla rotula

Alla fine è rimasta una riga chiara sul ginocchio sinistro, che nessuno nota e che io a dieci anni mostravo a chiunque passasse.

Le altre non le posso mostrare a nessuno, e questa è la differenza vera tra i due inventari. Le cicatrici di fuori si raccontano in due minuti e sono quasi divertenti. Quelle di dentro non hanno una storia da due minuti, hanno un nome, e i nomi non si dicono.

Però il meccanismo è lo stesso. Un’apertura, una riparazione fatta in fretta per non restare spalancati, un pezzo che resta più duro e meno vivo del resto. Tiene benissimo. Regge l’ottanta per cento. Non suda.

Il muretto è ancora lì, in qualche forma. Ogni tanto ci risalgo sopra, guardo giù e so perfettamente come può finire.

E salto lo stesso.