Una macchia arancione
Nel 1993 Plutone era una macchia sfocata in un libro per ragazzi. Nel 2015 una sonda ce lo ha mostrato per la prima volta. L'uomo sa fare cose straordinarie quando si unisce. E cose terribili quando si divide.

Cosa succede quando guardi abbastanza in alto da vedere sia il meglio che il peggio di quello che siamo?
Il libro
Il 18 febbraio del 1993 avevo dieci anni e mia madre mi regalò un libro. L’Atlante del Cielo per i ragazzi di Robin Kerrod. Copertina rigida, sfondo scuro con lo shuttle che puntava verso l’alto, i pianeti in fila, una mappa stellare e una galassia a spirale nell’angolo. Tutto il cosmo condensato in una copertina.
C’è una dedica, scritta a mano sulla prima pagina.
Quel libro lo sfogliai centinaia di volte. La sera, a letto, con la lampada sul comodino che faceva quella luce gialla un po’ calda. Le pagine lucide, pesanti, piene di fotografie e illustrazioni. Ogni pianeta aveva la sua sezione. Giove con le sue bande colorate e la Grande Macchia Rossa. Saturno con gli anelli. Marte, rosso e polveroso. Li guardavo come si guardano le cartoline di posti dove non sei mai stato ma dove un giorno, chissà, forse.
E poi c’era Plutone. L’ultimo. Il più lontano. Il più misterioso.
La pagina di Plutone era diversa dalle altre. Mentre gli altri pianeti avevano foto dettagliate, Plutone aveva un puntino. Un chiarore sfocato circondato dal buio. Non era una fotografia: era il massimo che l’umanità poteva offrirti nel 1993. Quella non era un’immagine. Era una promessa. “Esisto, ma non mi conosci ancora.”
Ero quello stesso bambino curioso che si faceva lasciare alla Feltrinelli di Pescara per sfogliare libri di scienza seduto per terra. Lo stesso che tornava a casa sull’autobus con un libro sulle ginocchia e la testa piena di domande. Ma Plutone era diverso dagli altri. Gli altri pianeti li potevi vedere. Plutone potevi solo immaginartelo. E per un bambino di dieci anni, quello spazio vuoto tra il puntino sfocato e la realtà era il posto più affascinante dell’universo.
Ventidue anni nel buio
Quel libro mi ha accompagnato. Ce l’ho ancora. Adesso è in camera di mio figlio, con le pagine un po’ più gialle e la dedica di mia madre ancora lì, sulla prima pagina. Io sono cambiato, il mondo è cambiato, ma quella macchia arancione è rimasta uguale nella mia testa per ventidue anni.
Nel frattempo, qualcuno ha lavorato per cambiarla.
Il 19 gennaio 2006, dalla base di Cape Canaveral, la NASA ha lanciato una sonda delle dimensioni di un pianoforte a coda. L’hanno chiamata New Horizons. La sua destinazione: Plutone. La distanza da percorrere: circa cinque miliardi di chilometri. Il tempo previsto: nove anni.
Nove anni. Nove anni di viaggio nel buio, a oltre 50.000 chilometri all’ora, verso un puntino che nel mio libro di quando avevo dieci anni non era nemmeno una foto.
14 luglio 2015
Ricordo quel giorno. Non dove fossi fisicamente, ma cosa provai.
Le prime immagini di Plutone in alta risoluzione cominciarono ad arrivare. E Plutone non era più una macchia. Aveva montagne. Montagne di ghiaccio alte tremila metri. Aveva pianure di azoto ghiacciato che si estendevano per centinaia di chilometri. Aveva un’atmosfera sottile, sfumata, che si vedeva controluce come un alone. E aveva un cuore.

Sì, un cuore. Una pianura enorme a forma di cuore, che gli scienziati hanno chiamato Tombaugh Regio, in onore di Clyde Tombaugh, l’astronomo che scoprì Plutone nel 1930. Plutone aveva attraversato un secolo di anonimato, era stato declassato a “pianeta nano” nel 2006, e quando finalmente qualcuno è andato a guardarlo da vicino, la prima cosa che ha mostrato al mondo è stata un cuore. (Non sto inventando. Cercatelo.)
Io, quel giorno, piansi.
Non un pianto drammatico. Non un singhiozzo. Quella cosa che ti succede quando qualcosa ti prende alla sprovvista e gli occhi si riempiono prima che tu possa fare niente. Perché quella macchia arancione del libro di quando avevo dieci anni adesso aveva un volto. Quello che per ventidue anni era stato ignoto, adesso era reale. E io c’ero, in qualche modo, dall’inizio. Da quel letto con la lampada gialla e le pagine lucide.
Il segnale dalla sonda impiegava quattro ore e venticinque minuti per arrivare a Terra. Quattro ore e venticinque minuti, alla velocità della luce. Questo è quanto siamo lontani da Plutone. E noi ci siamo arrivati lo stesso.
Cosa sa fare l’uomo
Fermati un secondo a pensare a cosa c’è dietro quella foto.
Non una sonda. Migliaia di persone. Anni di lavoro. Una catena di decisioni, calcoli, sacrifici, finanziamenti difesi con le unghie, notti in laboratorio, codice scritto e riscritto, materiali testati e riprogettati. Qualcuno, nel 2001, ha cominciato a progettare una missione per fotografare un puntino che la maggior parte delle persone non sapeva nemmeno trovare in cielo. E quel qualcuno ha convinto abbastanza altre persone da farlo diventare realtà.
L’uomo, quando si unisce per un intento comune, è capace di cose che tolgono il fiato.
Raggiungere un punto a cinque miliardi di chilometri. Fotografare qualcosa che per decenni è stato solo un’ombra. Far atterrare un rover su Marte e guidarlo da Terra. Costruire un telescopio come il James Webb, piazzarlo a un milione e mezzo di chilometri dalla Terra, e usarlo per guardare la luce di galassie che esistevano 13 miliardi di anni fa. Tredici miliardi. Luce partita quando l’universo era ancora giovane, catturata da un oggetto costruito da mani umane.
Ogni volta che guardo una foto del James Webb, ogni volta che vedo un’immagine di una nebulosa o di un ammasso di galassie, qualcosa dentro si muove. Non è solo stupore. È qualcosa di più profondo. È la consapevolezza che quella foto è il frutto di migliaia di cervelli che hanno lavorato insieme, che si sono messi d’accordo, che hanno deciso di spingere lo sguardo un po’ più in là. È la prova che quando l’uomo collabora, quando mette da parte il resto e si concentra su un obiettivo, riesce a fare cose che sembrano impossibili.
Quante menti ci sono volute per fotografare un pianeta che nessuno aveva mai visto?
Ecco: questa è la parte che mi commuove. La capacità. Il potenziale. Quello che siamo in grado di fare.
Poi abbassi lo sguardo
E poi guardi giù. Dal cielo alla terra.
E vedi le guerre. Le bombe che cadono su case dove dormono bambini. Vedi le foreste che bruciano, anno dopo anno, ettaro dopo ettaro, per fare spazio a cose che tra dieci anni saranno abbandonate. Vedi le isole di plastica nell’oceano, grandi come stati, che nessuno raccoglie. Vedi l’acqua che si avvelena, l’aria che si sporca, le specie che scompaiono una dopo l’altra in silenzio, senza che nessuno se ne accorga.
Lo stesso cervello che calcola traiettorie interplanetarie decide di fare la guerra. Le stesse mani che costruiscono telescopi costruiscono armi. La stessa specie che riesce a fotografare Plutone non riesce a smettere di distruggere l’unico pianeta che ha.
Come si fa?
Non è una domanda retorica. Me lo chiedo davvero. Come si concilia tanta capacità con tanta distruzione? Come è possibile che la stessa umanità che mi fa piangere di meraviglia davanti a una foto di Plutone mi faccia piangere di dolore davanti al telegiornale?
Provo un dolore dentro quando vedo il male che c’è nel mondo. Non rabbia, o almeno non solo rabbia. Qualcosa di più sordo, di più pesante. Qualcosa che somiglia allo smarrimento di chi guarda un potenziale infinito e lo vede sprecato, calpestato, ignorato.
Una nota personale
Quello che scrivo adesso è la cosa più personale che abbia scritto su questo blog. Lo dico senza difendermi e senza voler convincere nessuno.
Io sono credente. Sono un testimone di Geova. E quando guardo il mondo, quando vedo quel contrasto tra ciò che l’uomo sa fare e ciò che l’uomo sceglie di fare, mi torna in mente un versetto che mi ha sempre colpito per la sua onestà. In Genesi 6:5, parlando del periodo prima del Diluvio, si legge che “Geova vide quindi che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che nel loro cuore erano inclini a nutrire sempre e solo pensieri cattivi”.
Non è una condanna dall’alto. È una diagnosi. E quando accendo il telegiornale, quando leggo le notizie, quando guardo cosa facciamo al pianeta e a noi stessi, faccio fatica a non riconoscerla.
Ma c’è un altro versetto che mi accompagna, e che per me cambia tutto. In Rivelazione 11:18 si legge che Dio “distruggerà quelli che stanno distruggendo la terra.” Non è una minaccia. È una promessa. La stessa promessa che mi fa guardare avanti, che mi impedisce di fermarmi al dolore.
Non chiedo a nessuno di condividere la mia fede. Non è questo il punto. Il punto è che quando guardo il cielo e vedo di cosa siamo capaci, e poi guardo la terra e vedo cosa scegliamo di fare, ho bisogno di credere che non sia l’ultima parola. Che il potenziale non sia destinato a essere sprecato per sempre. Che qualcuno, prima o poi, metterà le cose a posto.
E quella speranza, per me, è solida quanto le montagne di ghiaccio di Plutone.
Guardare in alto
Quel libro è ancora in camera di mio figlio. L’Atlante del Cielo per i ragazzi, con la copertina un po’ consumata e la dedica di mia madre sulla prima pagina. E a pagina di Plutone c’è ancora quella macchia, quel puntino sfocato nel buio.
Ma adesso so com’è fatto Plutone. Ha montagne, pianure di ghiaccio, un’atmosfera sottile. Ha un cuore.
E so anche com’è fatto il mondo. So di cosa siamo capaci quando guardiamo in alto, e so cosa scegliamo di fare quando guardiamo in basso.
Il dolore resta. Ma non è l’ultima parola.
E io continuo a guardare in alto.